Premi e Concorsi

Se fai storie… Ti mandiamo a quel Paese!
Cerimonia di premiazione – 26 ottobre 2025

1° classificato
Bianco – di Manuela Cason

Blanco ha smesso di camminare il giorno dopo il funerale della signora Aida.

In realtà non è che ha smesso proprio di camminare: ha smesso di tenere le zampe poggiate a terra perché Fausto da quel giorno lo tiene sempre sottobraccio. Adesso nella casa vicina alla nostra sono rimasti solo lui e Blanco, che non è mai andato al guinzaglio in vita sua perché prima camminava attaccato alle gambe della signora Aida, ma da quando lei è morta va in giro sempre in braccio a Fausto. Quando è in giardino salta sul dondolo vicino all’ingresso e dorme nel posto della signora Aida, vicino a Fausto che mette la testa sui cuscini, toglie gli occhiali e sospira.

Al sabato quando è giorno di mercato Fausto parte presto con Blanco e se ne va in giro a guardare le bancarelle, anche se sono sempre le stesse tutte uguali, e sopra le bancarelle penzolano due zampe e un muso bianco e penzolano i capelli bianchi di Fausto che escono da sotto al cappello. Visti da dietro sono bianchi uguali, non si capisce dove finiscono i capelli lunghi di Fausto e dove comincia il pelo di Blanco. Poi si siedono a un tavolino del bar Nazionale, perché facevano sempre così anche quando andavano al mercato con la signora Aida. Fausto tiene in braccio Blanco, ordina un caffè e mentre sta un po’ a parlare dei nuovi morti con i vecchi del paese carezza il cane che a volte si addormenta, e allora ha la coda che penzola giù dalle gambe, sopra le sportine della spesa poggiate a terra. Se fa caldo si toglie la giacca e la appende alla sedia. La mamma ha detto che ormai Fausto è così magro che la giacca penzola uguale dalle spalle e dalla sedia, e quando passiamo anche noi davanti al bar Nazionale lo salutiamo e lei gli chiede se vuole una mano con le sportine. Fausto dice sempre no, che è poca roba, ma la mamma insiste e le prende lo stesso perché altrimenti poi cammina tutto storto, la giacca e la spesa in una mano, il cane in braccio dall’altra parte e i pantaloni che penzolano. Però della giacca e dei pantaloni che penzolano dalle ossa non glielo dice, lo dice solo al papà. Io invece gli dico ci vediamo dopo e lui mi butta un bacio con la mano, poi ordina un altro caffè perché se il cane dorme non ha voglia di svegliarlo per tornare a casa.

La settimana scorsa Fausto ha provato a far bollire la zuppa di lenticchie, perché dice che la signora Aida la preparava spesso e gli piaceva quando lei ci metteva dentro un bel pezzo di cotenna di maiale, come facevano una volta. Poi è andato in posta a ritirare la pensione con Blanco sottobraccio ma il fuoco non l’aveva spento e allora la zuppa si è bruciata. Per fortuna però aveva dimenticato anche la finestra della cucina aperta così l’odore di bruciato e il fumo sono arrivati subito fino a casa nostra. Il papà è corso a vedere, è saltato dentro e ha detto che in cucina era tutto bianco di fumo che pareva la nebbia in val padana e c’erano le due cocorite nella gabbietta sul davanzale che tossivano chè chè chè. Allora ha spento il fuoco e ha portato fuori la pentola bruciata con le lenticchie e la cotenna tutti neri attaccati sul fondo e ha spalancato le finestre. Quando Fausto è tornato dalla posta si è spaventato perché pensava fossero entrati i ladri, ma quando il papà gli ha raccontato del fumo ci ha ringraziato tanto e ha detto che starà più attento. Per fortuna le cocorite avevano smesso di tossire. Poi la mamma per cena ha cucinato anche lei la zuppa di lenticchie, e siccome ne aveva fatta troppa ne ha portato un po’ anche a Fausto. Fausto in cambio le ha regalato le chiavi che erano della signora Aida, così se brucia ancora la zuppa di lenticchie e la finestra è chiusa il papà può entrare dalla porta.

Fausto ha un figlio che viene a trovarlo una volta al mese, di domenica. Prima quando c’era ancora la signora Aida veniva ogni settimana insieme alla moglie, così la signora Aida cucinava sempre per tutti, ma adesso che lei non c’è più arriva solo il figlio. Dice che siccome abitano lontano la moglie si stanca a fare tutta quella strada, e vanno a mangiare lui e Fausto in trattoria. La mamma ha detto al papà che prima quando avevano bisogno la signora stava sempre a fare la gentile e a portare i pasticcini incartati, ora invece ha finito di venire qui a mungere le vacche e se ne sta nella sua bella casa nuova e chi la vede più. Però Fausto e la signora Aida hanno sempre avuto solo il cane e gli uccellini e non c’è mai stata nessuna stalla con le vacche vicino a casa nostra.

Ieri, mentre il figlio di Fausto stava ripartendo, la mamma gli ha raccontato delle lenticchie bruciate che facevano tossire le cocorite. Lui ha guardato Blanco sul dondolo e le ha risposto che il cane ha il pelo sempre più lungo e sempre più arruffato, che un cane maltese va pettinato e con tutti quei ciuffi sugli occhi gli verrà la congiuntivite e che insomma così è tenuto proprio male. A me sembra che Fausto invece il cane lo tiene proprio bene perché quando è in braccio Blanco sta fermo e buono e non vuole mica scendere. Allora oggi che è lunedì e la bottega è chiusa la mamma ha chiesto a Fausto se poteva pensarci lei che è parrucchiera e forse le forbici un po’ le sa usare anche con i cagnetti. Così ha preso Blanco e l’ha lavato con il sapone di Marsiglia nella nostra vasca. Blanco è stato proprio bravo: la mamma gli ha tagliato i nodi del pelo, l’ha pettinato tutto e soprattutto gli ha sistemato la frangetta sopra agli occhi così adesso si vede benissimo che il cane non ha la congiuntivite, che è quando ti vengono gli occhi tutti rossi e le lacrime. Quando gliel’abbiamo riportato Fausto lo carezzava tutto contento e ha detto che un cane maltese così bianco e splendente poteva vederlo da lassù anche la sua Aida. Allora la mamma gli ha chiesto se in settimana vuole passare da lei in bottega per sistemarsi i capelli, e lui ha risposto che andava bene ma solo se usava un paio di forbici diverse e lo shampoo dei cristiani, e si sono fatti una bella risata.

La mamma ha detto al papà che non potendosi aggrappare alla mancanza della moglie allora Fausto è rimasto aggrappato al cane maltese che lei gli ha lasciato, e che il figlio non intende occuparsene. Io non ho capito se il figlio non intende occuparsene di Fausto o del cane maltese, ma quando gliel’ho chiesto lei non ha risposto, mi ha guardato e basta.

Sono uscita a giocare e sul dondolo c’erano Fausto e Blanco seduti a riposarsi e anche se Fausto non aveva ancora i capelli tagliati, bianchi e splendenti, si vedeva che erano proprio soddisfatti. Alla mamma invece forse è venuta la congiuntivite.

***

2° classificato
Lo spago – di Marco Casaluci

A soli undici anni sentivo il peso della mia terra gravare sulle mie spalle, prima in modo leggero e poi pesante, come pesante diventa qualcosa di leggero portato per molto tempo.

Ero un bambino solitario, non facevano per me le grida sguainate dei miei coetanei, che con giochi e scorribande, mettevano in subbuglio Via Volta. Correvano come fulmini in canottiera e pantaloncini per la strada a quel tempo ancora sterrata. Erano loro forse, che alzando la polvere nascondevano al resto del mondo Melestrì, uno sputo di case bianche inghiottito da ulivi e terra rossa. Io preferivo restarmene chiuso nelle storie che leggevo; vedevo la cassapanca di mia nonna colma di libri come una porta, forse l’unica, per fuggire altrove. Il mio preferito era una copia ingiallita di “Ventimila leghe sotto i mari”; mi immergevo in quelle pagine usurate dal tempo e trovavo magico che delle parole mi trasportassero in un istante all’interno del Nautilus che visitava il fondo degli abissi.

Creature mai viste, conchiglie giganti, colori smeraldo: tutto strideva con i toni arsi dal sole della mia terra.

I treni. Quelli si, a quel tempo correvano sopra i binari e sfrecciavano via veloci. Era il tempo in cui tutti se ne andavano sul serio, era il tempo in cui le scatole di cartone e lo spago soffocavano sogni.

Mi accadde allora un fatto che ancora oggi, molti anni dopo, faccio fatica a spiegare e che per non passare per pazzo ho finito per tenere sempre per me.

Arrivò un giorno a Melestrì una donna guidando una macchina che trainava una roulotte, un vecchio trabiccolo in lamiera. Era la più bella che io avessi mai visto e dire che tra le mie cugine, le figlie cioè delle sorelle di mia madre, c’erano visi e corpi veramente graziosi.

Alcuni avevano ipotizzato potesse venire dal nord. Una pazza e incosciente allora, chi mai a quel tempo sarebbe andato controcorrente attraversando l’Italia in senso contrario?

Le anziane di Melestrì, che venivano a sapere anche se al sarto era caduto uno spillo, si arrabattarono a capire, ma nessuna riuscì a sapere di chi la donna fosse parente. Il misterioso personaggio, sembrava non avere nessun legame con quella terra. Aveva parcheggiato auto e roulotte in un fazzoletto di terra di nessuno, la si vedeva all’esterno molto raramente, teneva la porticina sempre aperta su cui aveva appeso un ritaglio di cartone con sopra scritto “futuro” .

Gli uomini le stavano alla larga, messi in guardia dalle loro mogli. Ma così non era. Di nascosto tutti si recavano al camper. Giovani donne per sapere chi avrebbero sposato, signore per sapere il destino di un parente appena partito, vecchi per sapere del raccolto e… per vedere una bella donna. “Al diavolo la fatica per una volta!”, si dicevano.

In poco tempo non vi era altro argomento sulla bocca della gente di Melestrì, chi si era recato da lei, raccontava che chiedeva di porgere una mano, la prendeva nella propria e con gesti di seta passava le proprie dita sui palmi. Non voleva soldi in cambio, le persone le portavano quello che avevano: fichi secchi, verdura o un poco d’olio. In cambio, si sentivano predire destini che si assomigliavano un po’ tutti.

Una notte, faticavo  ad addormentarmi, mi giravo e rigiravo nelle lenzuola appiccicate al mio corpo.  Il caldo aveva trasformato i miei polmoni in pesanti mantici rendendomi difficile il sonno e tormentosi i pensieri. Avevo in testa quella donna e quel cartello. Pensavo al futuro, davvero qualcuno poteva conoscere quello della gente? Mi era stato insegnato che il destino lo ipotizzava chi era istruito, chi scriveva sui giornali e parlava di grosse opportunità. Cosa mai avrebbe potuto sapere quella donna chiusa in quella scatola di lamiera?

Ero preso da una strana agitazione, il cuore mi batteva  forte tanto da sentirlo nelle orecchie. Non potevo più stare sdraiato, così mi sono alzato, ho preso “Ventimila leghe sotto i mari” e di nascosto sono uscito dalla finestra che dava su Via Volta.  La notte era talmente torrida che sembrava che il sole bruciasse ugualmente nascosto dietro la luna. Tutto era buio per strada e il silenzio era il padrone.

Mi diressi nel terreno dov’era parcheggiata la roulotte, poco distante da casa mia. La vidi là, parcheggiata come lo era di giorno, soltanto la piccola porticina era chiusa. Mi avvicinai e mettendomi sulle punte con il mio libro in mano, cercai di spiare l’interno dai vetri opachi. Vidi  una luce tenue venire da dentro, e nient’altro; allora mi feci coraggio, mi misi di fronte la porta  e la tirai verso di me, questa si aprì con un leggero cigolio che nel silenzio delle campagne risuonò come un rumoroso lamento.  Il cuore riprese a battermi come quando ero nel mio letto, mi rubava il fiato.    

Abituati all’oscurità esterna, i miei occhi si adattarono subito a quella quasi totale dell’interno, mi guardai attorno e la vidi, era seduta dietro un tavolino su cui due candele si consumavano lentamente. Una statua dallo sguardo immobile, fissava il vuoto di fronte a lei e come ipnotizzata  non si accorse del mio ingresso.

Sbam!

Una insolita brezza richiuse improvvisamente la porticina alle mie spalle e soffocai a fatica l’istinto di fuggire. A quel punto la mia curiosità era cresciuta più della possibilità di non uscire più da quella roulotte. La donna si destò come da un incantesimo fissandomi con occhi scuri e profondi, senza stupore . Il mio cuore prese ad accelerare  ancora di più, stringevo il mio libro in una mano e sentivo la copertina intrisa dal mio sudore. Si alzò dalla piccola sedia e in un attimo mi fu di fronte chinandosi alla mia altezza. Mi sentii a un tratto più sereno, anche se non riuscivo a dire nulla. Notò il libro che stringevo nella mia mano e mi guardò accennando un sorriso. A un tratto si mise una mano tra i capelli bruni  e ne strappò via uno, poi passò una mano sulla mia testa riccioluta e ne strappò uno anche a me, usando un gesto netto.

La donna si sedette di nuovo al suo tavolino con i due capelli stretti tra due dita e alla luce delle candele li legò assieme. A un tratto, la luce debole che emettevano cominciò a crescere d’intensità  e il mio cuore riprese a battere all’impazzata. Il bagliore giallo crebbe sempre di più fino a che divenne innaturale e si trasformò in un lampo che avvolse me e l’intera roulotte. Chiusi gli occhi e quando li riaprii, mi ritrovai all’aperto con il sedere per terra e le mani conficcate nella terra rossa e tiepida. La donna, la roulotte, il libro e la macchina erano spariti. Soltanto la silenziosa e scura campagna mi stava attorno. Sentii un peso sul mio stomaco, guardai in basso e vidi una grossa conchiglia arancione poggiata sopra. Era splendida, la più splendida che avessi mai visto e pendeva dal mio collo mediante uno spago legato.

Oggi quella conchiglia è appesa all’ingresso del mio ufficio, all’interno del museo del mare, a due passi dal molo dodici.

Io e il mio staff tutti i giorni organizziamo uscite in barca per coppie e famiglie con bambini. Alle prime luci dell’alba, il cielo arancio tinge di blu metallico la superficie del mare e le barche scivolano fendendo delicatamente  la superficie dell’acqua. Portiamo le persone a largo dove il mare è di colore blu intenso, là i motori delle barche vengono spenti e aspettiamo di vedere a pelo d’acqua lo spumeggiare di un branco di grampi. Tutte le nostre barche si chiamano Nautilus I, Nautilus II, Nautilus III ecc… .Non presi mai uno di quei treni, i colori della mia terra mi sembrarono alla fine gli unici plausibili. Mi piace vedere la curiosità e lo stupore dipinti sul viso delle persone, dei bambini soprattutto. Mi nutro di quello e mi basta.

Non so cosa sia successo quella notte di tanti anni fa nelle campagne di Melestrì, mi piace pensare che quella donna vada ancora in giro con la sua roulotte e si fermi dove c’è più bisogno di accendere una luce. Mi piace pensare che ogni tanto venga anche qui e nascosta tra i turisti si ferma ad osservare il grosso scheletro di grampo che teniamo esposto all’ingresso; poi passa dal mio ufficio ad osservare la conchiglia arancione appesa al muro con lo spago e si assicura che rimanga là, che nessuno lo usi più.    

***

3° classificato
E per finire, pollo – di Marzia Rota

Mademoiselle Ottan aveva una vera passione per il pollo. E i suoi cuochi erano costretti a lavorare ventiquattro ore su ventiquattro. È strano ricevere ordini da un appetito.
Quello di Mademoiselle ordinava ad ogni pasto lo stesso volatile.
Quello di Luis ordinava a se stesso di servire Mademoiselle con la maggior cura possibile.
La sua fame si saziava esclusivamente dagli occhi. Luis era il maggiordomo personale di Mademoiselle Ottan, nonché sommelier, assaggiatore, maître chocolatier e gran maestro della cerimonia del tè.
Allestiva per lei ogni pasto con infinita cura del dettaglio, fosse esso visivo, gustativo, olfattivo o persino uditivo.
Un giorno ad esempio, capitò che delle sfrappole venissero rispedite in cucina perché non producevano uno scrocchiare abbastanza cedevole per le sue orecchie finissime.
Caricò il pollo alle mandorle sul vassoio ed entrò nella sala da pranzo di Mademoiselle Ottan.
Subito la sua fame lo pervase, dagli occhi allo stomaco e poi su di nuovo. Nella testa molte parole, che si riassunsero in: – Ecco il pollo. Spero le piaccia.
Lei sollevò gli occhi dalla rivista di pittura. Quattro anni di servizio impeccabile; Mademoiselle l’aveva pregato di darle del tu in virtù della vicinanza che si era ormai creata tra loro, ma per Luis non c’era eleganza nella confidenza linguistica.
Mademoiselle Ottan sorrise. Occhi scuri e boccoli castani.

Fine.

Grazie. Non c’è un piatto migliore nella tua cucina, te l’ho mai detto?

Ogni volta, Mademoiselle. – Luis uscì dalla sala, e si sedette a un piccolo scrittoio dove attendeva il richiamo della signora annotando i suoi pensieri, gastronomici e non, su un grosso ricettario.
Scrisse di come quel giorno ne avesse dedotto l’indisposizione dalle guance pallide. Scrisse delle sue mani. E scrisse una ricetta da lui inventata per il dolce serale.
Poi girò al contrario il taccuino e riprese una pagina scritta per metà.
Dalla porta aperta teneva sotto controllo i movimenti di Mademoiselle per intervenire a pranzo finito.
Poi dal fondo del corridoio sbucò uno dei suoi cuochi.

Luis, in cucina c’è un putiferio, si ammazzano!
Il ragazzo era molto agitato, così Luis lasciò la penna e corse giù. Nelle cucine il macellaio puntava un coltello verso il cantiniere che cercava di acciuffare un galletto cacciato sotto a una panca, terrorizzato. Il cantiniere cantava e l’odore di acquavite impregnava tutto quanto.
Luis rabbrividì al pensiero del saporaccio che quel pollo avrebbe potuto avere dopo essersi preso tutto quello spavento.
Tolse la mannaia al macellaio, preparò un caffè forte al cantiniere e si assicurò che il volatile fosse regalato agli affamati.

Niente carne che puzza di terrore, nella mia cucina.
Tornò trafelato sui suoi passi, ormai Mademoiselle Ottan doveva aver finito. Si aspettava di trovarla spazientita in attesa del dolce.
Invece la trovò spazientita in sua attesa.
Era seduta al piccolo scrittoio con le dita chiuse tra le pagine del suo ricettario. Teneva strette alcune delle parole di Luis. Quando la vide, la sua fame divenne vorace. Per la prima volta la sua urgenza scivolò dagli occhi al ventre. La desiderò.
Ma fu qualche attimo. Lei non sorrideva per il giusto verso.
Lo guardò indispettita, poi aprì la pagina che teneva segnata col dito indice: – 21 ottobre, Mademoiselle Ottan ha mangiato con avidità il mio sformato alla violetta. Le sue dita tra le labbra fanno il suono del mio piacere, gustativo s’intende.
Col dito medio teneva: – 3 novembre, oggi ha nevicato e ho cucinato qualcosa di bianco che potesse portarle il gusto del freddo anche dentro la stanza. Cristalli di zucchero su semifreddo al limone. I suoi occhi brillavano come i primi fiocchi, e io con loro.
Dito anulare: – 15 novembre. Ho cucinato personalmente il pollo di Mademoiselle Ottan. Ieri mi sembrava molto debole e non voglio che qualcosa interferisca con la carne che mangia. Voglio che sia pura.
Lei si fermò e lo guardò. Luis avvampò.

Che cos’è, Luis? – era seria.

Il mio diario, Mademoiselle. Solo il mio diario.

Parla di me. Non è così?

Sì. Ma anche di cibo e ricette.
Si guardarono.

Queste non sono ricette. Sono annotazioni sulla mia vita. – Lui annuì appena.

Ma il quaderno è solo mio, Mademoiselle. Lo giuro.

Perché scrivere, se è una cosa che hai già nella testa?

Per ricordare tra anni ciò che avevamo oggi. – un respiro profondo – Per ricordarci di noi.
Mademoiselle Ottan si alzò. Le nocche rosse di stizza strette tra le pagine.

Noi?

Non intendevo dire che…mi perdoni.

Non ho detto che hai sbagliato, Luis. – lui alzò gli occhi increduli su di lei, come per dire qualcosa, ma Mademoiselle riprese – Ma hai lasciato passare quattro anni.

Aspettavo la fine del diario, poi glielo avrei fatto leggere; insieme alle mie dimissioni, nel caso.
La donna sbuffò.

Mancano ancora centinaia di pagine. A occhio e croce altri quattro anni. Mi sembra la scusa di un servitore per non venire licenziato.

No, è la verità. Come tutto quello che c’è lì dentro, Mademoiselle.

Quindi avresti aspettato ancora tutto questo tempo senza dirmi nulla?

Volevo arrivare a milleuno modi di cucinare il pollo.
Lei accennò un sorriso minuscolo. Luis mosse un braccio, come a volersi riappropriare dei suoi appunti.
Ma lei alzò la mano, imperativa. Poi girò il quadernetto e aprì la pagina che teneva segnata con il pollice. Iniziò a leggere, alzando il sopracciglio destro.

Mettere la carne sotto la cenere, nella terra per tre notti dalla luna piena. Dopodiché rivestire con rosmarino e timo mentre si recita la poesia della “grazia nella notte”, intanto custodire il vino presso la casa della signora Rosa giù alla locanda.
Luis abbassò lo sguardo.

E questo?
Luis non aveva spiegazioni per quella parte del diario. Quella era semplicemente la sua idea più audace. Era il desiderio di avvolgere Mademoiselle Ottan in una bolla di sapori a tutto tondo. Era la sua fame mai sazia, che rilasciava acquolina alla china. Anche ora, che poteva osservare solo le gambe lunghe di Mademoiselle, dentro di lui il ricettario era su “Acquavite invecchiata in maceri di foglie autunnali”.

Guardami.
Lui alzò il viso. Occhi scuri su labbra morbide. Cioccolatini e ruhm, per sbronze eleganti tra le lenzuola.

Sto morendo, Luis. – Le pupille enormi di lui, il sorriso a metà di lei e il silenzio.

Non hai altri quattro anni. Perciò sbrigati a preparare tutta questa roba. – la donna gli restituì il diario e andò via.
Lui restò lì.
Con un menù vuoto in testa, per la prima volta.
Nei giorni successivi, Mademoiselle Ottan venne servita da normali camerieri. Luis non si presentò a servizio. Non comparve nemmeno quando Mademoiselle iniziò a farsi portare i pasti a letto, perché non si poteva più alzare senza dolore.
Ritornò dopo sei settimane. Bussò.
Aveva una tazzina di tè in mano.

Luis. – Mademoiselle Ottan tossì.
Il maggiordomo si avvicinò e portò la tazzina alle labbra della donna, un po’ secche di febbre.
Il sapore dell’infuso era pungente, con un vago odore di nebbia.

Che cos’è? – chiese lei.

Me l’ha dato Joseph, il pifferaio. Lo teneva dentro la custodia del diaphason. Ma ora devi venir con me. Questo serviva solo a darti il là.
Le mise la mano dietro le spalle. Era dimagrita molto.

Dove mi porti, Luis? – La portò nel giardino sul retro. L’aria di aprile scaldava il mezzogiorno quanto bastava per tenere tiepida una zuppa per qualche minuto.
La ciotola infatti era già lì. Mademoiselle portò il cucchiaio alla bocca. Sorrise.

Zuppa di legumi contenuti nel vaso del vecchio Thomas. Ho dovuto scommettere sulla quantità esatta per giorni interi. Poi l’ho azzeccata, e li ho cotti sulla sua stufa. E li sta mangiando nella fondina di un vero nano.
Quando ebbe finito, la aiutò ad andare verso la fine del giardino, verso il bosco. Mademoiselle Ottan si fermò.

Luis, non ho più fame. Sai, mangio poco ultimamente… sono debole.
Lui alzò un dito fino alle sue labbra e la strinse un po’ più forte.

Questo non è un pranzo come gli altri. Si fidi. Lo ascolti.
Così proseguirono tra le fronde tra crostini di funghi adagiati su radici amare, antipasti di pinoli e salsiccia, risotti della strega in paioli di cento anni fa, conigli che scappano in sughi di prugne. Mademoiselle Ottan non sentiva più la pienezza, ma era ormai persa nel ritmo del racconto luculliano.
Arrivarono fino alla radura in cui la faraona diede loro udienza, su un trono di legno con diademi di patate e strascichi di salvia.

E per finire, pollo.
Luis sorrise. Mademoiselle era stordita, dal cibo e dalla magia. Addentò voracemente il finale di quella storia.
Poi posò la testa sulla spalla di Luis, con i boccoli scuri a decorare il doppiopetto.

È una storia buonissima, Luis.
Il cuore debole di Mademoiselle Ottan non resse l’afflusso di sangue che lo stomaco richiese. Morì col sapore di una faraona magnanima in bocca. Luis aprì il suo taccuino, nella sezione delle ricette; intinse il dito in quel che rimaneva del sugo e proprio sull’ultima pagina scrisse
Fine.

***

Segnalazioni di merito:

Uno, due, tre – di Lorenzo Titta
Colpo di fulmine – di Luca Tagliabue

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Racconti a 33 giri
Cerimonia di premiazione – 30 ottobre 2022

Categoria CLASSICA

1° classificato
La soglia – di Flavio Moro


Il vecchio Tommaso non voleva un funerale di prima, e nemmeno di terza, non gli interessavano la carrozza napoleonica con i cavalli bardati e il cocchiere in livrea, anche perché, da morto, non avrebbe di certo saputo di non essere vivo. Al vecchio Tommaso sarebbe bastato un funerale di carità, quello con un solo prete, il carro preso a prestito dall’Anselmo il mugnaio e il suo mulo che, per un paio di chilometri, anziché sacchi da macina avrebbe trainato il peso della salma chiusa in quattro assi di larice. La cassa da morto l’aveva già, sotto al letto, e la misura era giusta perché ci si era disteso un paio di volte per controllare. Aveva cominciato proprio da quella, a preparare il suo funerale, subito dopo che il dottore, con la faccia lunga come una lapide, gli aveva detto chiaro e tondo che gli restavano da vivere ben poche settimane, forse addirittura un paio. Avvisi i suoi figli, gli aveva raccomandato, e poi… beh, si affidi al buon Dio. Ma quali figli, s’era detto il vecchio Tommaso, non li vedo da un lustro e non hanno mai dato risposta neppure alle mie lettere… Viveva da solo in una stanza umida, all’ultimo piano di un antico palazzo, la misera pensione non bastava mai, una vita grama, e così, quando la malinconia gli serrava il petto, di sera andava alla finestra e provava a disfarsi dei brutti pensieri girando lo sguardo sopra i tetti bagnati, cercando la luna nella selva disordinata dei comignoli abbrunati. I soldi per pagare la cerimonia del funerale li aveva già preparati, disposti in bella vista sul ripiano della credenza, non che venisse pagata dal comune e poi si avesse a dire che il vecchio Tommaso aveva avuto bisogno della carità persino da morto. Per racimolare il denaro, aveva venduto il suo orologio d’argento, un cipollotto che gli aveva riempito per anni il taschino del panciotto. Era un’eredità del padre che, a sua volta, l’aveva ereditato dal nonno il quale, a sua volta, l’aveva ricevuto in pagamento da un impiegato del ministero… insomma era un magnifico orologio svizzero costruito a mano. Quando era uscito dal negozio del rigattiere, aveva toccato il taschino vuoto e floscio, e gli era parso di essersi disfatto di una costola. Va bene così, si era detto il vecchio Tommaso per fugare il rimpianto di quel ticchettio che teneva compagnia anche di notte, tanto adesso avrebbe segnato un tempo inutile.
Trascorse tre settimane, ormai il vecchio Tommaso capiva che anche la vita lo stava per abbandonare.
Si levò a fatica dal letto, afferrò la gabbia del canarino e l’appoggiò sul davanzale della finestra. Aprì lo sportello e restò a guardare con il respiro in affanno. Il canarino si fermò sulla soglia della gabbia, poi saltò sulla mano di Tommaso. Aveva paura, non si fidava, forse il suo cuoricino batteva a mille.
Il vecchio tese il braccio oltre le imposte, il fiato corto non gli consentiva di parlare, così lo fece col pensiero: Vai, piccola creatura, va’ a cantare per qualcun altro. Un frullo d’ali, il canarino vola a posarsi sulla gronda di un tetto, guizza la piccola testa e poi svolazza nel vuoto, verso la libertà.
Chiuse la finestra e capì che la nebbia era dentro gli occhi. Anche il silenzio dei tetti appesantiva il cuore. Il vecchio Tommaso tornò a stendersi sul letto, non vedeva nulla, nella testa non risuonavano nemmeno i pensieri. Chiuse gli occhi e ascoltò il canto di cento, mille voci che acclamavano il suo nome.
Restò in attesa. Intanto quel suono gli penetrava l’anima impaurita, ancora ferma sulla soglia dell’eternità.

2° classificato
Incontro sul confine – di Sonia Doria

È appena suonata la mezzanotte quando la ragazza passa accanto alla porta a vetri e si accorge che qualcosa si muove fuori, dietro alla casetta del gatto.
All’inizio vede solo una coda folta e lunghissima, poi quando la creatura si gira e si avvicina alla ciotola la vede tutta intera, quasi potrebbe toccarla tanto è vicina al vetro.
Non aveva mai visto una volpe da così vicino. Sta mangiando il cibo avanzato nella ciotola e il gatto la fissa immobile e calmo.
A un certo punto la volpe alza gli occhi verso il gatto e i loro sguardi si incrociano, restano fissi l’uno nell’altro come se fossero stati legati insieme da un incantesimo.
Come in risposta a un segnale, il gatto fa un balzo e invade la penombra in cui si trova la volpe, la graffia, la fa arretrare nel buio e poi torna indietro nel cono di luce tra la casa e il cortile.
Passati alcuni minuti la volpe si avvicina di nuovo, ma qualcosa è cambiato.
Alla ragazza il suo sguardo sembra diverso, o forse è lei che lo vede diverso. È lo sguardo di una creatura che è impaurita ma non a tal punto da rinunciare ad avvicinarsi, perché ha fame.
E allora la ragazza decide di uscire, perché prova compassione.
Prende dalla ciotola alcuni croccantini e accucciandosi a terra per non spaventarla li getta verso la volpe che si mette a disegnare delle traiettorie circolari di avvicinamento, una specie di danza, e infine si decide ad abbassare il muso per mangiare.
Quando si gira per prendere altri bocconcini dalla ciotola, la ragazza si accorge che il gatto sta osservando la scena e nei suoi occhi legge un’ombra di disapprovazione. È come se il gatto con quello sguardo volesse dirle: non puoi farti custode di me e di lei nello stesso tempo, non puoi stare qui a metà, non sei in grado di scegliere e neanche spetta a te, devi farti da parte.
In quel momento si rende conto che la volpe è simile a lei più di quanto immaginasse. Entrambe sono uscite per un momento dal mondo a cui appartengono ma non conoscono il mondo in cui sono entrate, hanno un piede nella foresta e l’altro nella casa e non riescono a fare né un passo avanti né un passo indietro.
Il gatto, invece, ha stabilito la propria dimora dentro al cono di luce che separa lo spazio esterno dallo spazio domestico e si sposta a suo piacimento tra i due mondi. Quando ne ha bisogno ritorna nei panni dei suoi selvaggi progenitori e depone questa parte di sé quando non gli serve più, come un guerriero depone l’armatura, come un attore depone una delle sue maschere.
La ragazza allora si alza. La volpe indietreggia e si allontana nel buio. Nei giorni seguenti sul fare della notte la ragazza va ancora a guardare dalla porta a vetri per vedere se la volpe ritorna. Se torna, pensa, avrò paura per il gatto, ma se non torna mi sentirò responsabile per aver interferito e averla fatta andare via. Pensa a queste cose, ferma sulla soglia.

3° classificato
Frontaliere – di Sabrina Del Fico

Wollensietanzen era l’unica cosa che sapevo dire in tedesco quando ho iniziato la mia carriera in Svizzera come frontaliere – ma era tutto quello che mi serviva. Un passe-partout per entrare nelle grazie delle belle ragazze, un trampolino di lancio, un invito a ballare che poteva trasformarsi in qualcosa di più a saperlo usare bene.
Io con te mi sono fermato al ballo, e mi è bastato. Ti ho incontrato una sera che con i compari di lavoro andammo a bere in un locale, a spendere i primi soldi guadagnati spaccandoci la schiena nella miniera. Conoscevo la formula magica, avevo provato a recitarla già qualche volta davanti allo specchio. Wollensietanzen, ti dissi. Tu sorridesti e mi prendesti la mano.
È così che la nostra strana storia è iniziata. Ho frequentato sempre lo stesso locale, tutte le sere che passavo lontano da casa mia, per tre anni e mezzo di fila. Tutte le sere nella speranza di vederti, nella speranza che tu mi concedessi anche solo un ballo, o un sorriso. Mentre ballavamo sulle note che arrivavano ovattate dal jukebox in fondo alla sala tu mi parlavi di te, mi sussurravi all’orecchio dolci parole – ma io non capivo niente di quello che dicevi e non avevo modo di ricambiare quelle confidenze.
Con te era diverso, con te era un’altra cosa. Quando ti tenevo fra le braccia e ballavamo insieme mi scordavo di Mariella che mi aspettava dall’altra parte del confine, e dei miei bambini. Per ballare con te mi toglievo ogni volta la fede dal dito, ma tanto tu lo sapevi che ero sposato. Amavo mia moglie e la mia casa e la mia famiglia, ma quando ero con te mi rincretinivo e non ragionavo più. Forse non ti ho mai amato davvero, forse ho amato solo la tua giovinezza, il tuo sorriso fresco, il fascino frizzante della novità. Sei stata poco più di un’illusione, un raggio di sole tiepido come quelli che così raramente si vedono da queste parti.
E all’improvviso, un giorno sei uscita dalla mia vita. Semplicemente non ti ho visto più al locale dove ti avevo incontrato per la prima volta. Per qualche giorno ho atteso che ti facessi viva di nuovo, per ballare ancora con me, ma invano. Chissà che fine hai fatto – magari hai conosciuto un altro, o ti sei trasferita in un’altra città, o ti sei sposata e hai messo la testa a posto. Me lo sono chiesto ogni tanto, pensando a te e al tuo profumo.
Oggi si sposa mio figlio, il primo, con una ragazza di Locarno. Una ragazza delle tue parti. E mi sei tornata in mente tu, mia giovane illusione di tanti anni fa.
“Wollensietanzen” dico a mia nuora, che è molto graziosa e un po’ assomiglia al ricordo che ho di te.
Il suo sorriso è luminoso. “Non sapevo conoscesse anche il tedesco, Gerardo.”
“So dire solo questo” rispondo, ed è vero.

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Segnalazioni di merito:

Diario, 11 novembre 1818 – di Antonio Blunda
Aizitsuig – di Daniela Malini
Libri viventi – di Sandra Frenguelli
Ritorno a Roccaforte – di Alessandra Ferretti

📚 ✍️ 📚

Categoria POP

1° classificato
Matrioska – di Rosalia Siviero

– Vuoi vedere che le zie, grazie alla loro straordinaria forza di volontà, sono riuscite a raddrizzare anche i muri? – Questo è stato il mio primo pensiero quando, dopo anni, rividi la loro casa, quel pomeriggio di febbraio. Il muro che confina con la strada, nei miei ricordi era curvo, seguiva la forma della via che in quel punto svoltava bruscamente a destra, verso il centro del paese; ora invece era diritto e svoltava in un classico e scontato angolo retto di mattoni rossi. Ricordavo ovviamente male, mi confondevo con l’abitazione di qualche altro parente. Scesi dal pullman e percorsi i cinquanta metri che separavano la fermata dell’autobus dalla villetta delle zie, mi volli fermare a qualche metro dal cancello. Dal momento in cui avrei pigiato il bottone del campanello si sarebbe stabilito nella mia esistenza un prima e un dopo, un ante-zie e post-zie. Lo ribadii dentro di me con fermezza e decisione. Ero pronta. Suonai il campanello e aspettai fuori in strada, accanto alla mia valigia rossa. Quel breve suono, con mia sorpresa, diede vita ad una scenetta fuori programma: io che uscivo dal mio corpo, come da una scatola! Mi sembrò il caso di ordinare a quella nuova me stessa di rientrare subito in me, ed ella mi ubbidì senza opporre resistenza. Suonai di nuovo, con più decisione. Le zie comparvero sull’uscio di casa, emozionate e palpitanti, e mi fecero cenno di avvicinarmi. Mi accingevo a raggiungere i loro sorrisi, quando la me stessa di prima uscì di nuovo da me e mi precedette, ignorando spudoratamente i miei tentativi di fermarla. Mentre cercavo di raggiungere la ribelle, feci uno scatto in avanti, probabilmente troppo repentino: sentii che mi ero lasciata indietro qualcosa. Mi girai e vidi che era la me bambina, timida e impaurita. Dovendo urgentemente decidere a quale altra me stessa ricongiungermi, se a quella ferma al cancello o all’altra, spavalda e inedita, che sorridente si avvicinava alle zie, scelsi la seconda. Anche senza voltarmi, potevo immaginare l’espressione della me bambina, bruscamente abbandonata. Avrei voluto salutarla per bene, ma non era il momento per le gentilezze, feci appena in tempo a raggiungere la nuova me, a rinsaldarmi ad essa, che le zie mi abbracciarono sigillando il mio recente ricongiungimento; infine, la casa ci inghiottì tutte tre (o quattro), come prelibate leccornie. La mattina dopo uscii di casa per cercare la bambina, ma non c’era dove l’avevo lasciata. Forse, dopo aver vagato senza meta, sarà precipitata da un ponte, morendo definitivamente. Del resto, ormai era diventata solo un povero guscio vuoto privo di comandi. Nessuno sano d’intelletto poteva sul serio sentirne la mancanza.

2° classificato
Videorec – di Flavio Moro

Valerio spostò la tendina beige e guardò con indifferenza il solito panorama che occupava per intero la finestra del salotto al quarto piano della palazzina. Laggiù, a mezzo chilometro di distanza, la mole antica e severa del Colosseo troneggiava sopra i tetti delle abitazioni.
Che bel panorama, pensò. Questa è davvero una gran bella città.
Valerio girò lo sguardo nella stanza e lo fermò sul terzo ripiano della libreria. La fila irregolare di videocassette era lì da anni e la polvere ribadiva quanto fosse superata quella tecnologia, ormai inadeguata persino per l’arredamento. Sua moglie, Martina, sarebbe rientrata fra poco, c’era tempo per fare un breve salto nel passato. Allungò la mano e sfilò la prima cassetta, dal lato sinistro. L’etichetta sul dorso riportava una scritta a matita: Italia-Brasile-finale mondiale 1994.
Sorrise mentre riaffiorava il ricordo di quella sera lontana, il gesto goffo di un calciatore professionista, un rigore sbagliato, il pallone in tribuna e l’occasione buttata al vento per diventare campioni del mondo. Infilò la cassetta, già riavvolta per metà, nel vano del vecchio videoregistratore e pigiò i tasti. Nelle immagini, il giocatore sistema la palla sul dischetto del rigore, indietreggia e si lancia in avanti per colpirla. Un gesto goffo, il pallone schizza in alto verso le tribune poi, all’improvviso, muta la traiettoria, batte sotto la traversa e si insacca. Valerio rimase allibito. Ma come! Che sia il video di un’altra partita? Oppure l’etichetta è sbagliata… Riavvolse il nastro e rivide l’episodio. La partita è quella, ed è goal!
A voce alta lo confermò a sé stesso. Lo stupore sparì dal volto di Valerio è l’espressione mutò in quella di un uomo piuttosto preoccupato. Il giorno prima aveva avuto mal di testa per tutto il pomeriggio e così cominciò a immaginare la devastazione nel suo cervello. Si accorse di avere la fronte umida.
Non è possibile diventare scemi alla mia età, non ancora, perdio!
Di là, in fondo al corridoio, si aprì la porta. Finalmente la moglie era tornata, adesso le avrebbe dovuto spiegare il tremore alle mani. Martina varcò la soglia del salotto: «Eccomi tesoro. Scusa il ritardo.» Valerio avvertì un pugno allo stomaco. Balbettò: «M… Martina?»
Lei rispose: «Sì? Che c’è, amore, non stai bene?» La donna era ferma sull’uscio. Con le borse della spesa in mano, lo stava osservando dall’alto dei suoi centottanta centimetri, in perfetto equilibrio sui tacchi a spillo.
Non è lei, cristo santo!
A Valerio le gambe stavano per cedere, ansimava, il cuore batteva a mille e aveva bisogno di ossigeno. Si voltò e corse alla finestra, spalancò le imposte, aprì la bocca e gonfiò i polmoni. Si rilassò e guardò lontano, sopra i tetti delle case. Laggiù, a qualche chilometro di distanza, sul Corcovado svettava la sagoma in stile decò del Cristo Redentore. Ritrovò la serenità, le sue labbra si piegarono nel sorriso.
Che bel panorama, pensò. Questa è davvero una gran bella città.
Valerio non se n’era accorto, ma quel pensiero aveva appena attraversato la sua mente in un portoghese perfetto. Come sempre, del resto.

3° classificato
Cornamuse – di Mike Papa

«Avanti! Muovete il culo, pappemolli, volete vivere per sempre?»
Il capo McLaghan incitava i suoi uomini come se non provasse nessun timore per il nemico che si apprestavano ad affrontare. Nelle ultime file Jacob, al contrario, se la faceva dentro il gonnellino per la paura. Era troppo giovane, troppo inesperto per essere sbattuto nel bel mezzo della battaglia, avrebbe voluto essere ancora a mungere le capre come aveva fatto fino alla settimana prima.
Ma il nemico era arrivato sulle Highlands all’improvviso, subdolo, e non c’era stato tempo per prepararsi alla guerra, non c’era stato tempo per prepararsi a niente.
Le cornamuse, in prima fila, suonavano per incitare gli uomini, col ritmo scandito dai tamburi. Musicanti votati alla morte, sarebbero stati i primi a cadere sotto i colpi implacabili degli invasori.
Eppure suonavano.
«Sguainate!» tuonò McLaghan e tutti ubbidirono. La spada sembrava così pesante a Jacob, lui che si era sempre lamentato con suo padre dell’onere della zappa. Non avrebbe potuto farlo più, suo padre era morto nel primo attacco, insieme ad altre decine di uomini.
D’un tratto fu sulla sommità della collina e poté guardare in basso i tre dischi argentei che erano venuti giù dal cielo all’inizio del mese.
Tre dischi enormi che stazionavano nella piana, immobili, in apparenza privi di vita.
Ma il loro perimetro era segnato da corpi accatastati, smembrati, valorosi uomini che avevano caricato con coraggio gli invasori ed erano stati fulminati da lampi di luce.
Lo stesso destino che spettava a loro, ultimo baluardo di un popolo fiero.

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Segnalazioni di merito:

Il Mulino felice – di Alberto Favaro
Marcello – di Laura Carioni
Il nascondiglio – di Massimo Cesaroni
Un incubo mortale – di Lorenzo Boffi

📚 ✍️ 📚

Categoria ROCK

1° classificato
God save the Queen (Sex Pistols version) – di Emanuela Citerio

E voi, cosa sognavate voi a diciassette anni?
Io sognavo di liberare Bobby e di sposarlo. Era il mio idolo.
Avevo attaccato al muro una foto sgranata, in bianco e nero, ritagliata da un quotidiano locale. Stava lì, proprio sopra il letto. Per vederla bene, dovevo girare il cuscino verso il fondo del materasso, allora appoggiavo i piedi sulla testiera e avevo l’impressione che i suoi occhi mi seguissero.
Guardavo i servizi in televisione. Mio padre scuoteva la testa, faceva quel verso di disapprovazione con la lingua, mia madre riuniva le mani appena sotto la gola, impressionata. Io di loro me ne fottevo proprio.
Mi piacevano i suoi capelli opachi, lunghi fino alle spalle, la dolce e feroce determinazione nel morire di fame, con le costole in rilievo e il sorriso che spaccava la bocca e alzava gli zigomi. Dicevano terrorista, criminale! eppure io lo amavo, anche quando stava avvolto come i suoi compagni, nudo e sporco, in una coperta ruvida, dentro una cella fredda ridipinta di escrementi.
Contavo il tempo del suo digiuno spuntando una casella al giorno, sul calendario di casa, ogni giorno un disegno diverso (tracciato del cuore che batte, torta di compleanno il 9 marzo, fiore che sboccia, farfalla che vola, simbolo della pace, filone di pane, mela rossa, A maiuscola all’interno di un cerchio).
Mangia mangia mangia.
Mangia, amore mio. Il primo pensiero appena sveglia.
Ma subito dopo tornavo a capirlo. Speravo resistesse.
Mio padre voleva sapere cosa fossero tutti quei segni sul calendario e io – niente, cose di scuola.
Quando sono finiti i sessantasei segni ho pianto.
Mi sono chiusa in bagno, ho girato la chiave. La lametta ha inciso un poco la carne dell’avambraccio, tre linee di sangue per fare uscire i sogni. Uno: di quando lo avrei cullato tra le braccia. Due: di quando lo avrei aiutato con un cucchiaino di yogurt. Tre: di quando avremmo fumato al buio, con le labbra bollenti screpolate e la tosse nella risata, con Lou Reed in sottofondo.
Dopo la sua evasione.
Dopo aver ucciso Her Majesty.

(A Robert Gerald Sands detto Bobby
Belfast, 9 marzo 1954 – Lisburn, 5 maggio 1981)

È la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Non mi fermerò fino a quando l’Irlanda non diventerà una repubblica sovrana e indipendente. Il nostro giorno verrà”.

2° classificato
Milano, 28 ottobre 2021 – di Elena Passoni

Ciao Luca, sai che dalla mia classe alla palestra ci sono esattamente quattrocentodue passi?
Conosco a memoria le piastrelle del pavimento davanti alla Quinta E.
Ce ne sono un paio sbeccate e le fughe sono tutte sporche di verde, probabilmente un pennarello indelebile usato anni fa da qualche studente annoiato.
Ne sono certo, perché non alzo più lo sguardo quando passo da lì.
Ti lasciavo spesso dei bigliettini sul banco, prima, con la mia iniziale come firma. Alla fine della quinta ora, facevo finta di aver dimenticato qualcosa sotto il mio banco e risalivo il corridoio, controcorrente come un salmone, con la testa bassa e il cappuccio della felpa come schermo.
Mi batteva fortissimo il cuore, tutte le volte.
Quando te ne sei accorto, quando hai capito che la P in fondo al messaggio stava per Pietro, non mi hai più salutato, nemmeno quando ci ritrovavamo faccia a faccia in stazione mentre salivamo sullo stesso treno, e dal giorno dopo ho iniziato a cadere spesso dalle scale, a trovarmi di frequente con la faccia per terra o contro il muro.
Strano, in cinque anni non era mai capitato.
Mi piaceva, prima, il corridoio della palestra. Passavo davanti allo stanzino delle bidelle, Rita e Rosy facevano il caffè con la moka su un fornellino elettrico all’intervallo e me lo offrivano spesso quando mi vedevano, a volte io portavo i biscotti con le gocce di cioccolato per sdebitarmi. In fondo, dietro l’angolo, si sentiva già l’odore del linoleum e il rumore delle palle da basket mixato con il cigolio delle scarpe da ginnastica.
Prima era musica per me, adesso da quell’angolo in poi faccio fatica a gestire la nausea, non so mai cosa troverò ad aspettarmi.
Mio papà non ha mai detto niente.
Nemmeno quando gli ho chiesto i soldi per comprare il terzo zaino in un mese, fingendo che si fosse tagliato perché sul treno c’era un gancio difettoso.
Nemmeno quando gli ho chiesto in prestito una latta di solvente fingendo che fosse per un laboratorio, anche se in realtà serviva per cancellare la scritta con la vernice fucsia sul tabellone del canestro in palestra.
Nemmeno quando “mi sono” rotto il naso e gli occhiali contro il lavandino del bagno dell’aula di informatica.
Ieri sera però l’ho visto piangere a dirotto, durante il telegiornale. Nello schermo ho visto tante persone in giacca e cravatta in un’aula a semicerchio.
Loro ridevano, invece.

3° classificato
Adolf – di Franco Padovan

È una mattina fredda e umida, orfana di un sole che tarda a mostrarsi. Intravedo un prato, che la brina ha reso biancastro e la nebbia bassa e densa in parte nasconde. Io e i miei compagni siamo rinchiusi in una prigione senza cielo. Non vedere mai il cielo è una sofferenza, grande quanto la prigionia stessa. Gli uomini che ci sorvegliano si muovono in silenzio. Spesso sono nervosi: a volte gridano, si spostano e sbuffano forte, emettendo nuvole di vapore sottile.
Soffrono il freddo più di noi e ciò li innervosisce. Quando si sentono così, dentro di loro monta la rabbia. Cercano ogni pretesto per colpirci, ci percuotono senza motivo: noi tentiamo di sfuggire ai colpi, scansandoci. Quello che fa più paura è Adolf. È alto e magro, si muove a scatti, come se non controllasse bene il suo corpo. Ha un viso affilato e pallido, occhi grandi e nerissimi, lo sguardo indecifrabile. Non si capisce mai se è tranquillo o furioso e desideroso di sfogare la sua rabbia. I suoi capelli neri, lisci e lucidi, sono appiccicati alla fronte. Ha una peluria nera e ispessita sotto il naso, spesso sporca di muco. Le sue braccia sono magre ma muscolose e tutto il corpo è tonico anche se emana un odore disgustoso. Spesso parla con noi prigionieri ma, quando lo fa, arretriamo, impauriti. Il suono della sua voce è gelido, come i suoi occhi.
“Adolf, bastardo, dammi una mano qui. Lavora, invece di blaterare!”
“Eccomi! Oggi non sto bene, ho la schiena a pezzi, maledizione a questo lavoro di merda!”
Per lui, non siamo prigionieri, siamo oggetti, come il suo bastone: può farci quello che vuole, senza esitazioni o dubbi di qualsiasi tipo. Ieri l’ho visto colpire ripetutamente e con violenza la schiena di un compagno, perché non si era mosso bene, ma il suo sguardo era di totale indifferenza, quasi assente. Adolf spesso ce l’ha con me. Pur facendo tutto come gli altri, in mezzo a loro sono comunque riconoscibile. Quando si accorge di me di solito ride, parlotta con i suoi colleghi e ridono anche loro. Adolf solleva il bastone verso di me e dice una parola, un suono, nella mia direzione.
“Adolf, falli muovere, falli spostare da lì, quei bastardi, mandali indietro! Oggi andrete fuori dai coglioni, anche il tuo amichetto con l’occhio storto!”.
C’è trambusto intorno alla nostra prigione. Alcuni dei miei compagni sono costretti a salire in una prigione più piccola, ammassati a forza. Ora tocca a me e sento quel suono, ripetuto dai guardiani che ci spingono, una parola che Adolf ha già usato, altre volte, quando agitava il bastone.
“Adolf, qui c’è il tuo preferito, quello con l’occhio storto! Salutalo, oggi va al macello, il nostro vitellone idiota! Chissà se l’aria del macello lo sveglierà, il bastardo!”.
Quello è il suono: macello, macello, macello. Il suono mi spaventa e anche i miei compagni ansimano nervosi. Siamo tutti schiacciati, uno contro l’altro: ho il collo premuto contro un tubo di metallo, respiro a fatica. Non so cosa succederà, nessuno lo sa, ma siamo giovani, forti, ce la faremo, anche se abbiamo paura.

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Segnalazioni di merito:

Il libro della vita – di Flavio Moro

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Categoria JAZZ

1° classificato
Ombre perdute nella notte – di Angela Potente

La voce roca del controllore mi sveglia di soprassalto mentre urla ultima fermata. Ho dormito per quasi tutto il viaggio. Fuori è buio e non ho la minima idea di dove siamo. Scendo dall’autobus stiracchiandomi e mi guardo intorno provando un misto di paura ed eccitazione. Scorgo alla mia sinistra delle luci. Sta iniziando a piovere, impreco mentre mi incammino in direzione del bagliore di quella che sembra un’insegna. Avvicinandomi capisco che si tratta di uno di quei Diner aperti anche di notte. Entro portando dentro con me una ventata di aria gelida. Il posto sembra una riproduzione di quei vecchi locali anni ’50, ma guardando più attentamente mi rendo conto di non trovarmi in una replica ideata da un giovane architetto amante del vintage: risale tutto direttamente a quel periodo, dal bancone ai tavoli ai divanetti lisi e scoloriti fino al vecchio jukebox sistemato nel fondo e che dubito funzioni ancora. Mi sembra di aver aperto una porta sul passato.
Dal retro spunta una giovane cameriera dagli occhi stanchi e dalle mani ruvide. Mi guarda senza vedermi e senza chiedermelo prende il bricco del caffè dal ripiano e viene verso il tavolino sghembo dove nel frattempo mi sono seduto. Sorseggiando quel caffè troppo forte e troppo amaro osservo meglio gli altri presenti. C’è un uomo solo a due tavolini di distanza da me: con il capo chino su una specie di taccuino scrive freneticamente. Mi domando quale sia l’urgenza che gli muove le dita febbrili sulla carta. Dietro di lui, nelle panche sul fondo del locale, resiste abbracciata una coppietta. Probabilmente scappano anche loro da qualche vecchio fantasma come me. Alle mie spalle avverto la presenza di qualcun altro, è un vecchio, vestito in maniera molto bizzarra per la stagione fredda: indossa un logoro trench che ha visto troppe stagioni e pochi rammendi. Borbotta tra sé o forse parla con qualcuno che vede solo lui. Chissà quali segreti si staranno confidando mi chiedo. La verità è che tutti nascondiamo dei segreti. Persino a noi stessi. Torno ad annegare il mio sguardo nell’inchiostro nero del caffè pensando a come in quei pochi metri quadri siano racchiusi tanti microcosmi, isolati e totalmente impermeabili gli uni agli altri.
Dal fondo del locale improvvisamente si diffonde la voce dolce di Etta James, qualcuno deve aver messo in moto il vecchio jukebox. Sempre più perso nella giostra impazzita dei miei pensieri mi giro verso la vetrina. La pioggia è ora fine e grigia come l’asfalto su cui ricade stanca. La nebbia che sta scendendo rapida mi impedisce di vedere oltre lo spazio circonfuso dalla luce sulla porta. E un pensiero mi folgora improvviso lasciandomi impietrito: se in quel preciso istante la nebbia ci inghiottisse nessuno se ne accorgerebbe. Siamo ombre. Solo ombre in un diner proveniente dal passato e sperduto nella notte.

2° classificato
Coma profondo – di Flavio Moro

Luigi forse crede che il sogno sia la vita. Nel sogno c’è la vita che ruba tempo alla morte.
Ieri Luigi è caduto nel burrone, per un paio di secondi non ha pensato allo schianto, e così si è divertito un sacco. Volava. Lui è un ragazzo a modo, non si è buttato, lui ha paura della morte, non della vita.
Luigi è uno scrittore, sta scrivendo un romanzo lungo quanto la sua vita, non sa di quante pagine sarà, ma adesso la scrittura va a rilento. Forse l’ultima riga del libro la stenderà qualcun altro. Intanto lui ha la testa rotta e magari, insieme al cervello, escono anche le parole che avrebbe scritto, puzzano un po’ ma non ancora quanto un cadavere, per fortuna. Di sicuro Luigi ha un gran male alle ossa rotte, ma non lo sente e non ci vede, e nemmeno sa di non vederci, e comunque, mal che vada, il dolore non se lo porterà oltre la vita. L’ironia qui non c’entra, non è una burla di carnevale, qui si ride e si scherza sulla morte, sì, ma non sul morto, che poi Luigi non lo è. Se lo diventa, nemmeno se lo potrà ricordare, così come il giorno che è venuto al mondo.
Adesso il cervello di Luigi è più piccolo, ne è rimasto un pezzo in fondo al burrone, e così avrà la memoria più corta. Chissà cosa ricorderà, magari che è nato per vivere ma non come ha vissuto per dover morire. Per lui il tempo è per metà minaccia e per metà conquista, aspetta che passi ma quello passa lo stesso, così forse sogna e crede che sia la vita, insegue il bene mentre il male lo sta rincorrendo.
Luigi gioca a calcio, anche se gli manca un po’ di cervello e ha le gambe in frantumi, lui è nella squadra dei medici e degli infermieri, giocano contro una squadra di malanni e tragedie, allenata dalla morte.
Lì, in ospedale, c’è un dottore speciale, dice a tutti che Luigi non può morire, cioè che può continuare a vivere nel cuore di chi resta, ma poi non resta nessuno. C’è chi pagherebbe per essere bravo come quel dottore, mentre lui non è stupido come gli altri, gratis. Quando entra l’infermiera culona con i baffi, Luigi si spaventa, ma non lo sa, invece quando entra quella tettona, un pochino si eccita, ma anche questo non lo sa, o fa solo finta. Speriamo.
Oggi invece è entrato il cappellano, quello che gira per le benedizioni e l’estrema unzione, e si è agitato, gesticolava come per stracciarsi la veste – che non aveva, non si usa più – ed era incazzato come un becchino poiché Luigi non è ancora abbastanza moribondo. Ma pensa te! Ha fatto discorsi strani, e qualche risolino, ha detto che Dio non è Luce perché quella la spegni col dito, non è Pane perché non va nel forno, non è Grazia perché… boh, forse perché Grazia fa la mignotta. In fondo neanche il prete sa cos’è. Ma la predica Luigi non l’ha sentita, lui Dio lo può solo attendere, e anche la Grazia.
Intanto un po’ di cervello di Luigi è ancora in fondo al burrone mentre lui lo guarda dall’orlo di un altro precipizio. Forse sogna, di certo aspetta, aspetta… Prima o poi, per lui sarà troppo tardi? Oppure guarirà?
Se sì… beh, in tal caso è bene quel che finisce bene.
Ma, allora la vita?

3° classificato
Onirico mosaico – di Roberta Biscozzo

Sprofondo in un candore lattiginoso. Non riesco a muovermi, tanto è denso questo spazio. Non ne comprendo le proporzioni. Resto come impigliata, ghermita da questa oppressione gelatinosa. Mi ingabbia, mi stringe tra spire invisibili. Pare volermi trascinare giù, verso un vuoto scuro, aderendo con furia alle mie gambe nude, insinuandosi in ogni fessura del mio corpo, mozzarmi il respiro, pressando il petto quasi a volervi penetrare fino a schiacciare i polmoni.
Precipito. I battiti accelerano, ma la tensione si allenta. Atterro piano, senza collisione, senza rumore. Silenzio e tenebre. Poi il suono della risacca, il vento freddo che mi sferza le membra, scompiglia i capelli e porta con sé il profumo di ricordi obliati. Avverto la dura roccia sotto i miei piedi, mentre una luce sottile comincia a rischiarare ogni cosa. Muovo piccoli, cauti passi verso il mare che si staglia di fronte e pare invertirsi di tanto in tanto con il cielo, aggredendo e valicando la linea malferma dell’orizzonte.
Abbasso lentamente le palpebre e inspiro per assaporare quella sconosciuta sensazione inebriante che mi avviluppa e m’invade, scuotendomi dal torpore nel quale ho versato troppo a lungo.
Canti di sirene vibrano nell’aria, sempre più insistenti, sempre più sinistri. Una morsa allo stomaco e una stretta al cuore. L’incanto è svanito, ogni cosa è perduta. Il sogno si è scheggiato a poco a poco e infine si è ineluttabilmente infranto.

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Segnalazioni di merito:

Si parte – di Luca Togni


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Criticare tutti… tranne Shakespeare

Siamo lieti di comunicare che la Commissione Giudicatrice dell’edizione 2020/2021 del Concorso per lettori “Criticare tutti…tranne Shakespeare”, dopo scrupolosa selezione, ha designato i vincitori:

PRIMO PREMIO a LUCA TOGNI con la recensione del libro Il giovane Holden

Oggi è il mio primo giorno di “cassa integrazione” in trent’anni. Non è affatto bello sapete? Stare a casa poi… e neanche essere pagato all’ottanta per cento come tutti i Cristiani, tanto per sentirsi di nuovo privilegiati… Ma non ne parlerò ai miei, che poi magari si preoccupano. Ecco, Il giovane Holden di Salinger è un libro così, che sembra non ti parli di nulla, o più precisamente di un rotolar di fatti suoi. Duecento e passa pagine per raccontare un’estromissione da scuola e del ritorno a casa, dal lento addio all’ambiente collegiale al bighellonare da “viveur” per giorni, prima del rientro al focolare, inframmezzato da incontri e situazioni anche quasi surreali. Ma alla fine delle quali Vi accorgerete, però, che il personaggio si è rivoltato per Voi come un calzino, sconfessando in diretta l’idea che Vi voleva trasmettere di essere uno che la Vita se la giostra a piacimento. Per sostenere l’apparenza ecco allora un linguaggio scapestrato e sorpreso innanzi agli accadimenti, subito smentito dal registro quasi intimistico e dalla riflessione. E in parallelo, a tracciare la stessa parabola, quel che il personaggio prefigura, e quel che poi nella realtà pone in essere. Il testo, vivificato dal narrare in prima persona, è un viaggio verso la franca conoscenza di sé, stimolato dalla forza dei riferimenti familiari, in particolare quello della sorella, che giocherà un ruolo fondamentale nel finale. L’ho letto attendendo che succedesse qualcosa di particolare, che smuovesse nel profondo la trama, mi son ritrovato alla fine con un senso piacevolmente disvelato. Il giovane Holden la definirei assolutamente una storia che narra dell’essere autentici, e, come direbbe Holden, di non contarsi balle, ‘che questo è già un mondo “schifo”. Alla fine ti ci affezioni a questo onesto povero diavolo, che un po’ ti svela una tua lotta interiore.

SECONDO PREMIO a LAURA VANOLI con la recensione del libro CATTEDRALE

“Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo la sensazione di non stare dentro a niente.”
In questa frase finale del racconto “Cattedrale” ritroviamo il filo conduttore della raccolta.
Dodici racconti ambientati in sale d’aspetto, vagoni di treni, salotti modesti, corsie d’ospedale, che fanno da sfondo a un mondo di solitudine e di mancanza di comunicazione tra i vari protagonisti, alle prese con problemi quotidiani, scenari di vite di persone normali, non particolarmente eroiche, né interessanti, contraddistinte da sentimenti, stranezze, pregiudizi, virtù, difetti comuni a tutti noi.
I personaggi ci vengono presentati all’improvviso: di loro non sappiamo quasi nulla, eppure abbiamo la netta sensazione di sapere tutto, perché sono simili a noi in modo inquietante.
Il lettore si trova immerso in una quotidianità fatta di piccoli dettagli, particolari apparentemente insignificanti, scene in cui raramente capita qualcosa di eclatante; piuttosto, quel qualcosa spesso è già successo o deve ancora accadere. È palese, dunque, quanto non sia la storia narrata a svolgere un ruolo importante, bensì coloro che la popolano, le dinamiche che vengono a crearsi nei loro rapporti e la profonda umanità che ne traspare.
Cattedrale è un libro che resta impresso, lasciando il lettore perplesso, sospeso, perturbato, alla continua ricerca di un senso.
Come il cieco che insegna ad un uomo “vedente” a guardare senza usare la vista (nel magistrale racconto “Cattedrale”), così Raymond Carver ci conduce attraverso le emozioni e le piccole, grandi metamorfosi dei suoi personaggi, accompagnandoci in un viaggio che è il riflesso della nostra stessa vita.

TERZO PREMIO a MARTINA ZORZIN con la recensione del libro PAULA

Lo stile e la vita di Isabel Allende traspaiono dai suoi romanzi e dai suoi personaggi, più di tutti in “Paula”, la sua autobiografia e, insieme, una dedica alla figlia Paula. Il tema della malattia è sviluppato come una sorta di viaggio, dal passato al presente e viceversa; la forza di una madre che lotta per e con la figlia, grazie al racconto della sua stessa vita e della sua parte più profonda, intima. Questo accompagnamento è un cammino che anche il lettore vive e sperimenta; tra le pagine rivivono Paula, suo marito, il dolore che ha coinvolto tutti, la compassione e la tenerezza. La vita di Isabel Allende è ricca, vissuta con fatica, passione, coraggio; la malattia della figlia si somma a tutto questo, e ne nasce un libro, che diviene percorso di distacco e di riflessione, di aiuto, di speranza che si tramuta in liberazione. L’epilogo è quasi una poesia che richiama, attorno a Paula, tutto l’amore capace di accompagnarla oltre, fino in fondo; un amore che diventa spirito, presenza costante, inesauribile. In tutto il libro, infatti, si avverte una spiritualità molto forte, un continuo dialogo con l’invisibile, con gli “antenati” (la Memè e il Tata); la realtà drammatica si carica di significati profondi, incoraggianti, ispiratori. Tutto diviene vicinanza, sostegno, passaggio a qualcosa d’altro, ad una vita diversa. Anche la malattia e la separazione trovano un senso, passano attraverso il racconto con una consapevolezza nuova. La vita di Paula viene fatta rivivere dalla vita materna, quasi in una sorta di doppia nascita, anzi: una rinascita che si perpetua grazie alla lettura della sua esperienza, da parte di altre persone (i lettori). Questo è il grande omaggio della scrittrice: una dimensione “magica” in cui può entrare chiunque, compartecipare gli eventi, entrare in sintonia. Dopo la morte, c’è nuova vita, nuova speranza, in una circolarità che abbraccia tutti i tempi: le vicende descritte, le vite stesse di Paula e di Isabel possono aiutare a rileggere anche la propria esperienza, cercando quella parte “spirituale” che spesso viene messa da parte, ma che c’è e vive, l’amore incondizionato tra questa madre e sua figlia ne è la testimonianza. 

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Concorso Letterario “LETTERE IMPOSSIBILI
edizione 2020

Concorso LETTERE IMPOSSIBILI


Primo classificato:
Giulia Di Placido
con la lettera a Daisy Buchanan del Grande Gatsby

Daisy Fay Buchanan,

l’ereditiera di porcellana, è così che ti chiamo. Ed è coperta di sangue che ti immagino, mentre osservi il mondo dalla tua inviolabile cristalliera. Conosco quello che hai fatto e non ti perdonerò mai per aver sacrificato lui sull’altare della tua colpa. Non ti sei degnata di partecipare nemmeno al suo funerale, ma ne ho capito il motivo, sai? Avevi paura di incrociare lo sguardo di qualcuno come me che sa di quali delitti ti sei macchiata. Delitti, sì. Perché oltre a quella donna che hai falciato senza rimorsi, ora devi fare i conti anche con la fine di Jay. Non dicevi forse di amarlo? E allora perché e come hai potuto lasciarlo solo, nudo e senza armi per difendersi?

Ma lui, in fondo, sapeva che nel buio qualcuno stava già scavando la sua fossa. La notte dopo l’incidente era così ubriaco che, senza rendersene conto, vagò sulla spiaggia ragionando ad alta voce e con le braccia tese verso quella maledetta luce verde. L’ho ascoltato per tutto il tempo: sei stata la sua ragione di vita per 5 lunghi anni, ma non sembrava più bastare nemmeno a lui. Voleva morire per te, indossare il bersaglio per raccogliere i colpi diretti a Daisy Fay Buchanan. E così è stato.

Sicuramente ti starai chiedendo come sia possibile che conosca la verità e, soprattutto, quale nome si nasconda tra le righe di questa lettera. Ebbene, non lo saprai mai. Non è per proteggere me dalla tua furia soffocata da strati di frange e chiffon, bensì per diventare il tuo tormento e condanna. Mi incontrerai senza sapere chi hai davanti, sospetterai di ogni persona che busserà alla tua porta, vivrai nel dubbio di esserti confidata con la persona sbagliata. E quando avrai finalmente abbassato la guardia, complice il tempo cullato dalla speranza dell’oblio, allora ti colpirò. Magari proprio mentre prendi il sole sdraiata in piscina, su un comodo materassino.

Secondo classificato: Clara Maffioletti
con la lettera a Clara del Valle de La casa degli spiriti

Cara Clara,
non sono certa che tu possa sentirmi, così ti scrivo, sicura che potrai leggermi.
Scrivo per ringraziarti. Ti vedo passeggiare nel giardino della grande casa di nonna Alba, che un tempo è stata anche casa tua. La tua presenza allegra e i tuoi vecchi diari mi stanno facendo compagnia nelle lunghe sere solitarie. Annoti ancora gli eventi nei tuoi diari? Sono sicura che ti riferirai a me come “la nipote di Alba” perché sembra che le ripetizioni di nomi in famiglia ti abbiano sempre infastidito.
Sto cercando di comprendere questa città in cui mancavo da molto tempo. Tutto mi sembra più bello e più luminoso, ma le persone sono diverse. Dopo essermi trasferita qui, la solitudine
si acquieta solo con i dolci ricordi di famiglia. Grazie ai tuoi diari, sto trovando la chiave per comprendere la storia della nostra gente. Sto imparando che i presagi sono sempre stati come
i fiori freschi in una casa in decadenza, ora ne sento il profumo e so che tutto andrà bene. Se chiudo gli occhi posso sentire le eco del tuo mondo così lontano e nei miei sogni prendono
forma sguardi che non ho ancora incrociato e terremoti dal passato. La chiaroveggenza deve essere una dote di famiglia, nonna Alba diceva che le salvò la vita nel momento più buio.
So che mi stai guidando nel tuo mondo cui le leggi della logica e della fisica non contano, dove passato e futuro sono parte dello stesso universo. Qui la materia esiste solo se esistono i sogni.

Ed è là che ti ho incontrato la prima volta che mi hai chiamato e mi hai chiesto di tornare a Santiago, nella grande casa all’angolo.
Ora sono qui e sono sola, eccetto che per la vecchia zia Ferula che mi aiuta a riordinare e pulire. Il mondo sta cambiando velocemente davanti a me e non so ancora dove andare e
perché sono tornata. Mandami un segno, fammi capire cosa sto cercando. Riempi di nuovo questa grande casa di colori, profumi, poeti, passioni, storie di donne e di uomini in un corteo
di passato e futuro. Ti ascolto.
Con affetto,
Clara


Terzo classificato ex-aequo:

Viviana Valastro
con la lettera a Anna Frank    

Cara Anna,
in uno dei tuoi sfoghi di scolaretta di tredici anni scrivesti che l’isolamento ti stava cambiando .
In un tempo troppo breve, anche nella nostra vita è sopravvenuto u n grande cambiamento e la nostra libertà è stata assai ridotta.
Ora che anch’io sono in isolamento comprendo meglio le tue parole e ti scrivo , con la speranza che mi aiuti a dimenticare i guai di questi giorni e a far svanire, almeno per un po’, questa tristezza mortale .
Non poter mai andar fuori mi opprime, ma quella di ammalarmi, non è certo una prospettiva piacevole.
Fuori fa bel tempo e c’è una calma deliziosa, ma il silenzio, soprattutto di sera e, ancora più di notte, mi rende nervosa, mi fa venire in mente tante cose .
Mi addormento anch’io con la strana sensazione di voler essere diversa da quella che sono o che vorrei essere .
stando qui rinchiusa , mi sento molto abbandonata, provo un profondo senso di angoscia e smarrimento, continuo a inghiottire le mie lacrime perché non voglio che la mia amata nipote Marianna avverta la mia disperazione e la mia paura.
Lei ha dei begli occhi e quell’aria buffa di bambina in un corpo che sta cambiando e un animo strattonato tra il desiderio e la paura di diventare grande.
All’inizio si considerava in vacanza e non studiava molto poi u n giorno mi disse:
– Nonna, mi piace tanto farti le acconciature con i bigodini, fare torte e biscotti con te , ma devo anche studiare.
Pensando di deludermi, mi aveva appena reso così orgogliosa di lei!
Ecco, quando penso a Marianna sono felice.
Tu scrivevi che se ti veniva da ridere mentre eri nell’alloggio ti fermavi spaventata, pensando fosse una vergogna essere così allegra. E aggiungevi che bisogna va far passare l a tristezza e rimettersi a scherzare, a godere della natura e della salute, guardare il cielo senza timore, perché , finché si ha tutto questo, si tornerà sempre a essere felici.
Con questa serenità, sperando che tutto finisca bene, aspetto , tranquillamente .
La tua amica, lungamente attesa.
Vivy


Emanuela Citerio
con la lettera a William Stoner

Egregio Professor
William Stoner
Università del Missouri

Caro Professore,
e non perché ‘caro’ sia la banale formula introduttiva di una lettera, ma perché, mentre leggevo la storia della Sua vita, davvero è diventato caro al mio cuore.
Ho ammirato la Sua purezza d’animo nel voler restare fedele alle due uniche amicizie, ancor più al ricordo dell’amico morto giovane nell’assurdo conflitto mondiale.
Ho considerato la Sua coerenza nel rinunciare ad una carriera che sarebbe stata senz’altro più luminosa ed apprezzata, come avrebbe meritato, a causa del rifiuto di promuovere uno studente non meritevole, e la dignitosa rassegnazione nel subire ripicche e prevaricazioni da parte del docente che lo raccomandava.
Ho patito con lei la condizione amara di un matrimonio che si preannunciava disastroso fin dalle prime battute, l’impedimento ad essere un padre amorevole costantemente messo in atto da una donna disturbata dai suoi stessi fantasmi.
Ho pianto la conseguente rovina di una figlia, ancora giovanissima, minata dal vizio e dal disincanto.
Tuttavia, quanto sono stata felice per Lei, professore, quando ha finalmente trovato in sé il coraggio di amare! La Sua storia con Katherine era talmente tenera e vibrante di emozioni che ero convinta potesse costituire il riscatto per le angherie domestiche e professionali che aveva subìto nella vita. E
invece no, è stato costretto a sottostare alle regole dello scandalo che avevate suscitato, a cedere, anche per difendere la donna che amava, ma io sono rimasta un po’ delusa. E pure Lei, vero? Tanto da dire, a 42 anni, «dinanzi a sé non riusciva a vedere niente da desiderare, e dietro di sé aveva ben
poco che gli importasse ricordare».
Il Suo amore accademico per la letteratura ci ha contagiati tutti.
Eravamo con Lei sul letto di morte, con le mani tese verso il Suo libro che scivola irrimediabilmente dal copriletto al pavimento, e ho capito che – alla fine – riconsiderava la Sua vita senza rimpianti e benevolmente l’abbandonava.
Ma l’abbandono di Katherine Driscoll…

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Premio letterario
                      Buon compleanno… Paese che non c’è!                                                     

Bando di concorso 30 AL CUBO

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Concorso “C’è chi dice NO”
riservato ai manoscritti rifiutati dalle case editrici

RIFIUTATO

Se sei un autore e hai ricevuto un rifiuto dalla casa editrice, manda a noi il tuo lavoro.
Ce ne prenderemo cura e lo esporremo con grande piacere e il massimo rispetto.
Obbligatorio allegare la lettera di rifiuto.
Pubblicheremo gratuitamente il manoscritto che ci piacerà di più.

Scadenza 30 giugno 2018

Inviare il testo a: corsi.ilpaesechenonce@virgilio.it
con una breve presentazione dell’autore

FOTO PER CONCORSO

Bando

Possono partecipare autori con opere inedite, scritte in lingua italiana, che abbiano ricevuto il rifiuto delle case editrici.
  • Le opere, accompagnate da una breve presentazione dell’autore, devono essere inviate tramite posta elettronica a corsi.paesechenonce@virgilio.it entro il 30 giugno 2018
  • L’opera dovrà essere accompagnata dalla lettera (o e-mail) di rifiuto della casa editrice
  • Il messaggio dovrà contenere nome, cognome, indirizzo e recapito telefonico dell’autore
  • Saranno scartate, senza che sia dovuta alcuna comunicazione all’autore, le opere che non risponderanno a quanto richiesto nei precedenti articoli
  • Le opere non saranno restituite. L’Associazione non è tenuta ad alcuna comunicazione sull’esito del concorso agli autori non premiati o segnalati: i risultati del premio saranno resi noti mediante pubblicazione sul sito www.ilpaesechenonce.org e sulla pagina http://www.facebook.com/ilpaesechenonce.it
  • I nomi dei componenti la giuria saranno resi noti durante la cerimonia di premiazione che si terrà in data e luogo da destinarsi
  • Al vincitore verrà offerta la pubblicazione dell’opera
    I primi dieci classificati riceveranno interessanti proposte per laboratori editoriali residenziali e online
  • La partecipazione è gratuita
  • La partecipazione al concorso implica l’accettazione incondizionata di tutte le norme del presente regolamento. Per ogni controversia è competente il Comitato Organizzatore.
    Considerato il laborioso compito della giuria, si ringraziano gli autori che, avendone la possibilità, invieranno le proprie opere prontamente e non nei giorni a ridosso della scadenza

INVIACI IL TUO LAVORO, POTREMMO DIRTI DI SÌ!

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Concorso San Valentino 
edizione 2017

SAN VALENTINO PREMIAZIONE 2017        SAN VALENTINO PREMIAZIONE 2017 BIS

PRIMO PREMIO a Marina Tiraboschi
BREVE STORIA TRISTE: SAN VALENTINO

Un doveroso grazie, a chi non si scorda mai di me.
A chi mi sostiene nella continua lotta amorosa della ricerca dell’anima gemella.
A chi è al mio fianco in questo giorno temibile: San Valentino.
“Un messaggio, un messaggio! Oh cara, cosa mi stai tenendo nascosto? Chi è lo spasimante? Avanti confessa!”.
Rapidamente, nascondo il cellulare da Alice che, in un primo momento, appare stupita e quasi offesa dal mio scatto brusco.
Ma subito le nuvole scure sul suo volto sono scacciate da un gran sorriso, che ora si esibisce spavaldo sulle sue labbra.
“Ho capito, è una persona speciale. Te lo lascerò leggere in pace per ora, ma aspetto i commenti!” Squittisce lei.
La seguo con lo sguardo per un istante, mentre si allontana per raggiungere le compagne, in fondo al corridoio.
Dopo essermi assicurata che nessuno mi stia osservando, cautamente, abbasso gli occhi sul telefono e premo il tasto di accensione.
Il display si illumina mettendo a fuoco il messaggio:
“Buon San Valentino da Vodafone! Oggi ti regaliamo Internet tutto il giorno, in Italia.
Grazie a chi c’è sempre.

 

CONCORSO
 San Valentino 2017

riservato alle peggiori storie d’amore

cupido

Cupido,
ma doveComoAnconadoppiaZZaraOtranto… miri?

Scrivi in 10 righe la peggiore storia d’amore della tua vita e invia il racconto con e-mail entro il 13 febbraio 2017 a: corsi.ilpaesechenonce@virgilio.it

La Giuria del concorso premierà le storie più originali, ironiche e divertenti.
In palio pacchi di libri!

PARTECIPAZIONE GRATUITA

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     Criticate tutti tranne… Shakespeare”

23 ottobre 2016

23-ottobre-2016

    cavina   baricco  szabo

Primo Premio a Roberto Belotti per la recensione di “Alla grande” di Cristiano Cavina
Secondo Premio a Leonardo Serban per la recensione di “Novecento” di Alessandro Baricco
Terzo Premio a Miriam Donati per la recensione di “La porta” di Magda Szabò

Tutti i dettagli e le altre segnalazioni di merito su http://www.facebook.com/ilpaesechenonce.it

 

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Concorso letterario “Iniziativa editoriale 2015”

Concorso di poesia e narrativa con pubblicazione gratuita

Scadenza: 31 gennaio 2015INIZIATIVA EDITORIALE 2015

Possono partecipare autori con opere a tema libero purché inedite, scritte in lingua italiana.
Le opere di autori stranieri dovranno essere accompagnate dalla traduzione.
  • L’iniziativa editoriale si articola in due sezioni:
    SEZIONE A: Poesia (Da 30 a 50 poesie raccolte in fascicolo)
    SEZIONE B: Narrativa (romanzo, saggio o raccolta di racconti non superiore alle 50 cartelle dattiloscritte)
  • Non è consentita la partecipazione ad entrambe le sezioni
  • Le opere devono pervenire all’Associazione Culturale “Il Paese che non c’è” – via Sant’Alessandro, 32 – 24122 Bergamo, a mezzo posta prioritaria, entro la scadenza del  31 GENNAIO 2015
     
  • Di ogni composizione devono essere inviate 3 (tre) copie dattiloscritte o fotocopiate purché leggibili. Solo una copia dovrà contenere nome, cognome, indirizzo e recapito telefonico del concorrente.
  • Saranno scartate senza che sia dovuta comunicazione al concorrente quelle opere che non risponderanno a quanto richiesto nei precedenti articoli.
  • Le opere non saranno restituite. L’Associazione non è tenuta ad alcuna comunicazione sull’esito del concorso ai concorrenti non premiati o segnalati i risultati del premio saranno resi noti mediante pubblicazione sulla stampa specializzata.
  • I nomi dei componenti la giuria saranno resi noti durante la cerimonia di premiazione che si terrà in data e luogo da destinarsi.
  • Al vincitore verranno offerte 50 (cinquanta) copie della sua pubblicazione.
    I primi dieci classificati riceveranno interessanti proposte editoriali
  • E’ gradito un libero contributo da inviare con gli elaborati.
  • La partecipazione all’iniziativa editoriale implica l’accettazione incondizionata di tutte le norme del presente regolamento. Per ogni controversia è competente il Comitato Organizzatore.

Considerato il laborioso compito della giuria, si ringraziano gli autori che avendone la possibilità, invieranno le proprie opere prontamente e non nei giorni prossimi la scadenza.

 

 

 

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